Finanziamento pubblico ai giornali

7 01 2008

 

Pubblico il post “25 aprile” tratto dal blog  www.pieroricca.org  

L’epicentro del degrado nazionale è il sistema dell’informazione. Fa bene dunque Beppe Grillo a mettere questo tema al centro del prossimo V day. Ho delle riserve tuttavia sulla scelta della data e degli obiettivi di questa mobilitazione.
Non condivido la scelta del 25 aprile perché quello è il giorno della Liberazione dal Nazifascismo. Vi si celebra l’atto fondativo della Repubblica Italiana. E solo a quella memoria, per una questione di rispetto e di senso civico, quel giorno dev’essere consacrato, specie in un’epoca di oblio e revisionismo galoppanti come l’attuale.
Per quanto riguarda gli obiettivi, concordo pienamente, e già ne ho scritto in passato, con la proposta di abolire l’ordine dei giornalisti. E le ragioni, di cultura liberale, le ha già spiegate una persona seria come Luigi Einaudi molti anni fa.
Più complicata la questione del finanziamento pubblico ai giornali. Accenno all’argomento principale: senza sostegno pubblico gran parte delle attuali testate giornalistiche sarebbe costretta a chiudere. Resterebbero in piedi solo pochi grandi gruppi editoriali che vivono di pubblicità o hanno alle spalle un potentato economico. Non mi sembra un grande passo in avanti sulla via della libera informazione e del pluralismo delle idee. Fermi tutti! So bene che il finanziamento pubblico ha alimentato un odioso sistema di frodi e privilegi, ben documentato dal saggio “La Casta dei giornali” di Beppe Lopez (edizione Stampa Alternativa-Rai Eri). Ma questa è la degenerazione dell’applicazione di un principio certo discutibile ma non insensato, cioé l’impegno dello Stato a favorire la pluralità delle iniziative editoriali, oltre la ferrea logica del mercato. Il meccanismo andrebbe modificato attraverso una serie di controlli severi e intelligenti correttivi, per esempio legati all’effettiva qualità, indipendenza e rilevanza di ogni singola testata. Ma presentare il finanziamento pubblico come il male dell’informazione italiana è sbagliato. Si tratta di una impostazione suggestiva, ma superficiale e demagogica: coerente con il pensiero di chi insegna che i partiti in quanto tali vanno azzerati e che si può fare a meno dei giornali e dei giornalisti, in nome della “democrazia diretta” e dell’informazione autoprodotta in rete. Non è così. La realtà è più complessa, certe mediazioni sono necessarie. E soprattutto i mali strutturali dell’informazione italiana, a guardar bene, sono altri. I principali sono: la concentrazione del potere mediatico (in particolare televisivo, visto che i giornali sono letti da una esigua minoranza) in poche mani, lo strapotere della pubblicità sui contenuti, la sudditanza della Rai dai partiti, l’assenza di una rigorosa incompatibilità fra titolarità di media e cariche pubbliche. Per porvi rimedio sarebbero necessarie, come abbiamo ripetuto fino a perdere la voce, leggi serie, ben articolate, rigorosamente applicate, unicamente rivolte all’interesse generale. Senza contare, aggiungo, che alla radice del problema c’è un elemento culturale, non casualmente sottovalutato dai commentatori: da una parte, lo svilimento professionale e deontologico della funzione giornalistica; dall’altra, l’analfabetismo di ritorno, la scarsa attitudine alla lettura, l’incapacità di interpretazione, la progressiva, invincibile ignavia mentale di milioni di cittadini italiani. Che io, come sapete, ritengo più preciso definire sudditi non pensanti. Ce ne sono molti anche tra gli utenti di internet. E non è un’impresa difficile suggestionare moltitudini di ingenui, in nome di un legittimo sdegno nei confronti delle varie caste nazionali, con le meraviglie della “democrazia diretta” e dell’informazione liquida.
Sono andato di corsa, perché sono in pieno trasloco e ho quintali di cartaccia e vecchi giornali (per l’appunto!) da far fuori, ma prometto di ritornare sul tema con più calma. Nel frattempo, se credete, ditemi la vostra.
Fabio da Napoli rompe il ghiaccio con questa lettera.

Caro Piero,

ci conosciamo, immagino ti ricorderai di me… ci siamo anche incontrati
a Roma, a piazza Farnese.

Ti scrivo perché vorrei condividere con te delle mie riflessioni
sull’argomento del finanziamento pubblico ai partiti, prendendo anche
spunto dall’iniziativa di Beppe Grillo e del V-Day del 25 Aprile
sull’informazione. Se vorrai pubblicare questa mia sul tuo blog, te ne
sarò grato, ma in ogni caso mi interessa la tua opinione in merito.

Ci sto riflettendo, sull’idea di eliminare tout-court i finanziamenti
pubblici ai giornali.

Sta crescendo in me la paura che sia la mossa sbagliata.

E’ vero, certi giornali non meriterebbero di essere finanziati
pubblicamente. Ma è anche vero che gli “incentivi”, di qualsiasi genere
essi siano, da sempre servono a spezzare situazioni di monopolio, a
rompere una situazione di inerzia che impedisce, di fatto, l’emergere di
realtà alternative a quella esistente.

Pensate agli incentivi all’acquisto dei pannelli solari, ad esempio: se
non esistessero, acquistarli non converrebbe. Il “libero mercato”,
direte voi, “se vogliono che i pannelli solari si vendano, che ne
riducano il prezzo!”. Certo, in teoria il discorso fila, ma in pratica
il problema è quello del cane che si morde la coda: meno pannelli solari
si vendono e meno il loro costo individuale tenderà a scendere, meno
scende il costo individuale dei pannelli e meno pannelli solari si
vendono, meno pannelli solari si vendono e meno ricerca nel campo dei
pannelli solari si riesce a fare.

E’ chiaro che il circolo vizioso va spezzato, per trasformarlo in
circolo virtuoso: bisogna far si che i pannelli solari costino meno,
magari incentivandone l’acquisto con finanziamenti pubblici. Così
facendo si venderanno più pannelli solari, più pannelli solari si
vendono e più scende il loro costo individuale, più scende il loro costo
individuale più pannelli solari si vendono, più pannelli solari si
vendono e più si riesce ad incentivare la ricerca nel campo dei pannelli
solari, favorendo così una diminuzione ulteriore del loro costo a parità
di caratteristiche. Ecco il circolo virtuoso.

Tornando alla situazione dei media italiani, trasliamo per un attimo il
discorso sulle televisioni: le reti Mediaset non vivono di finanziamenti
pubblici, ma di proventi pubblicitari. Sappiamo tutti quale potere di
influenzare le masse hanno le reti Mediaset (a tal proposito, ti
consiglio di visionare questo documentario della televisione americana,
censurato in Italia [1]), quale influenza abbia il suo proprietario,
grazie ai proventi pubblicitari ed ai soldi accumulati, e come egli sia
stato e sia ancora in grado riscuotere un così grande successo tra la
popolazione, a causa del fatto che, proprio grazie al suo monopolio
informativo, troppe poche persone sanno chi veramente egli è.

In questa situazione i proventi giungono dalla pubblicità, per cui più
una televisione è popolare e più pubblicità riesce ad accorgliere, più
pubblicità riesce ad accorgliere più ha la forza di essere pervasiva e
diramare i propri tentacoli nei posti che contano ed aumentare la sua
notorietà, più aumenta la sua notorietà e più pubblicità riesce ad
accogliere. Eclissando qualsiasi altra realtà: Europa 7 attende ancora
giustizia.

Tornando quindi ai giornali: paradossalmente, in una situazione di
libero mercato, in cui ai giornali è reso possibile finanziarsi tramite
pubblicità, l’unica cosa capace di poter spezzare una situazione di
monopolio, o comunque di incrinarla un poco, sono i finanziamenti
pubblici. Un finanziamento pubblico potrebbe fare la differenza tra il
veder il proprio giornale pubblicato oppure no, anche se magari quello è
il miglior giornale sulla piazza, per il semplice fatto che la gente non
sa che quello è il miglior giornale sulla piazza.

Ciò detto, credo che i criteri con i quali i finanziamenti pubblici
vengono elargiti debbono cambiare. In realtà, quello che conta è
l’obiettivo: cosa si intende ottenere con i finanziamenti pubblici? A
mio parere qualsiasi intervento dello stato, di qualunque genere esso
sia, dovrebbe servire a ristabilire una situazione di uguaglianza, di
equilibrio. In questo caso, l’equilibrio dell’informazione. Il
finanziamento pubblico, quindi, dovrebbe servire a far tornare i piatti
della bilancia informativa sullo stesso livello, garantire al cittadino
la possibilità di accedere ad un’informazione equilibrata, non
necessariamente nell’ambito di una sola testata informativa, ma
quantomeno nell’ambito dell’intero panorama giornalistico.

E quindi, a mio parere bisognerebbe attuare un sistema per cui gli utili
di una testata provenienti dalla pubblicità vengano in una certa
percentuale redistribuiti alle altre testate sul mercato, in maniera da
garantirne una tiratura minima per un certo periodo da stabilire in sede
di riesame della legge (magari un anno, o due) per poi lasciar camminare
il giornale sulle proprie gambe (non si può pensare di far campare a
vita un giornale con i soldi pubblici).

Sto pensando, quindi, ad un finanziamento pubblico effettuato tassando i
giornali più potenti, non i cittadini. Mi sembra un modo più giusto di
finanziare l’informazione e riequilibrare il mercato. Il concetto della
redistribuzione del reddito, insomma, applicato a giornale inteso come
membro dello Stato Informazione, così come lo si applica al cittadino
inteso come membro dello Stato.

Fammi sapere cosa ne pensi. Sarebbe interessante aprire un dibattito in
merito, magari sul tuo blog.

Ciao, Fabio

[1] http://video.google.it/videoplay?docid=318449616351816693